“Binari” di Monica Pezzellaposted: 23/5/2021 at 16:14:16
Terrarossa Edizioni
Leggere un libro è un cammino che può diffondersi in viaggio, un ruscello che può progredire in fiume, con o senza meta, aspirazione, sogno, con o senza prospettiva, sete di mare. Può fruire di protagonisti, luoghi, fatti oppure rinunciarvi. Può rispecchiare esperienze dell’autrice, dell’autore o essere inventato. Non importa, non è ineluttabile. Anche se l’autrice, l’autore confessasse di aver ascoltato frantumi di sé, sarebbe ininfluente. Il libro è un’aspirazione informe, enigmatica, un cosmo inesauribile, autonomo. È indipendente da chi lo scrive, da chi lo legge, da chi lo ripone senza memoria o lo scaglia via, lo combatte o lo annienta, da chi, scrittrice, scrittore o lettrice, lettore lo abbraccia nel cuore o lo libera nella mente.
“Binari” di Monica Pezzella, Terrarossa Edizioni, è un libro non libro, la contraddizione, forgiato dalla mente per il cuore o dal cuore per la mente, è asettico ed appassionato, tangibile e metafisico: originalissimo!
Il fecondo patrimonio linguistico è il vettore che costringe la lettrice, il lettore all’attenzione, a integrarsi, attraverso dettagliate raffigurazioni, con il midollo della storia non storia.
Lo stile è innovativo, seducente, intrigante, tentatore! Fende il cielo l’esclusiva tipologia di brani immagine: “letti accartocciati rotti dai listelli delle persiane in controluce” (p. 7); “c’è molto di vivo nella cenere infuocata – della sigaretta – quando cade e si sgretola nel buio (p. 8); “era come se tutto l’appartamento ululasse col vento intrappolato nelle mura” (p. 15); “il cono di luce emanato dai fari… si ritrae sulla pietra di Luserna dopo aver ingoiato le fioriere ellittiche ai lati dell’ingresso” (p. 20).
I personaggi non sono personaggi, ma prototipi universali che si servono di ruoli non ruoli per sfidare persuasioni ragionevolmente irrazionali, naturalmente singolari e collettive. Non occorre nemmeno chiamarli per nome.
Il fluire delle parole stimola verso oscillanti sicurezze, certificate dall’ignoto ed articolate fra semplicità e complessità, superficialità ed essenzialità, dinamismo e inerzia, ma sempre ancorate al tempo e allo spazio, che sillabano l’intera opera, dall’appellativo dei capitoli: Fine Prima Dopo Inizio, sagomati all’inverso della visione convenzionale. Si rincorrono partire, tornare, andare, finire, morire.
Ed ecco l’interrogativo funesto: ma tempo e spazio esistono davvero?
L’autrice non risolve il dilemma, ma lo inebria… Solo gli esseri umani li percepiscono… l’ora, i minuti non avvertono di esistere… la montagna non rimugina, non piange… solo noi comprendiamo, meditiamo, vediamo e li designiamo ora e montagna, li cataloghiamo, schediamo, priviamo dell’entusiasmo, dell’autodeterminazione e li imprigioniamo in coordinate spaziotemporali, che creiamo appositamente per facilitare il nostro pigro o celere transitorio inabissarci: lo scorrere dei secondi, dei millenni e l’invenzione dei luoghi a cui aggrapparci ci plagiano con l’inganno di controllare l’incontrollabile. Ma, se l’umanità svanisse, tempo e spazio ritornerebbero nel buio di Higgs.
E quindi Monica li umanizza: “non aver tenuto conto del tempo ha significato mettersi contro il tempo” (p. 71); “La prospettiva di non essere più lui, da qui alla fine del tempo, ha mortificato il tempo” (p. 8); “il silenzio ingigantisce smisuratamente il ticchettio dell’orologio” (p. 67). C’è quasi un antagonismo tra individuo e tempo, un dilatarsi o restringersi, che include i sensi e vira verso sintesi simbiotiche: “l’eternità inchiodata nel vuoto immobile” (p. 49); “nel vuoto c’è abbastanza spazio perché le cose ritornino” (p. 34).
Ed ecco il tram! E il treno, magari senza “binari”, senza “titolo”, senza destinazione, né origine. Tutto controverso, ambiguo, oscuro, oscillante: “non sapere perché c’è sempre l’andata c’è sempre il ritorno ma non c’è mai quello che sta in mezzo” (p. 33); “aver messo tutto questo tempo nella struttura di un treno con testa e coda intercambiabili” (p. 49). Il tempo entra nello spazio, che si ribella, sguscia come un’anguilla… sì, nel mondo variegato in cui nuotiamo diventa imprendibile come il tempo... ti sfugge di mano, da tutte le parti… l’estremità ti sembra l’apice, l’intelletto un’appendice, la lisca un’emozione… mentre la pinna ti squarcia le dita, provi a riconoscere la specie, almeno quella… ma guizza, dilegua... con o senza capolinea.
Il groviglio di superfici, cianfrusaglie, date, epoche, nella ciclicità antropica, testimonia l’inestricabile! Disordine, o forse ordine, anzi babele! Infatti: “sopra la scrivania l’avvilente disordine di un uomo… in pratica tutte le sue cose sono nel caos… la città… è il comune caos umano” (p. 9). E nella città la stazione: “L’umanità non poteva starci ferma, tutti sembravano dispersi nel formicolio, esuli scampati a qualcosa. La casa è un luogo immobile. Ricomporsi, tornare individui… domandarsi… come faccia ciascuna vita di ciascuna unità in movimento incrociata a centinaia di altre unità in movimento a essere in realtà una linea un percorso coerente con il suo prima e il suo dopo e in costante rapporto di consapevolezza con essi. Come faccia a non perdere contezza di sé e disintegrarsi nel caos. Disorganizzazione apparente. Il fatto che tutti se ne tornino a casa… conferma che dentro il formicaio c’è ordine” (p. 43). E ancora: “c’era in quel non sapere il motivo nell’assenza di motivo il senso di tutto” (p. 29).
Il senso? Di tutto? Evoluzionismo senza regole… diserzione dall’ecosistema, dal planetario armonioso e scintillante popolato da incoerenze coerenti, antinomie quietate.
Ma estraiamo a sorte due di tutti: “un uomo di una normalità perfetta” (p. 10) e “un ragazzo… gli occhi chiari pietosamente smarriti” (p. 21). L’uomo con “un sé ingombrante e intrusivo e distruttivo (p. 25), il ragazzo invece “elettricità. La parte di sé che lo teneva acceso” (p. 26). L’uomo con un “contraddittorio bisogno di solitudine” (p. 53)… “il malessere… sospeso nell’aria” (p. 59)… che “si agita, smania, è tesa” (p. 60)… un “uomo inutile” (p. 63)… “perché… ordinario” (p. 63)… al ragazzo “disse tutto quello che non pensava” (p. 64).
La conformità è il rifugio! L’abitudine, la routine rassicurano! L’antieroe ha bisogno di consuetudini, sequenze cadenzate, ripetitive, della solidità della poltrona, della carezza della coperta, della invariabilità. Ma l’imponderabile straripa dal nascondiglio.
Fra l’uomo e il ragazzo tuona l’amore: “amore come sesso… qualche psicologia… o eccitazione e basta?” (p. 13)… “l’amore… non sto dicendo che bisogna definirlo” (p. 18)… “una definizione… vada cercata nella fisica… è un’equazione matematica… l’amore è una schiavitù. Fisica.” (p. 22)… “l’amore è l’illusione per antonomasia ed è quello che rende la gente felice, a nessuno importa se è vero o no, la felicità è l’unica realtà che conta” (p. 67).
Che i sentimenti siano combinazioni chimico-elettriche è scientificamente provato. Anche se sulla scientificità della scienza ci sarebbe da questionare. Ma Monica riduce tutto a libido! Sì, l’attrazione è una componente decisiva… è scientificamente… anzi no! I “Binari” comunque sferragliano in buona compagnia. La teoria attualmente dominante è per l’amore liquido. Il suo ideatore Zygmund Bauman inserisce l’amore nella più generale concezione del mondo moderno, liquido perché valuta negativamente tutto ciò che è solido, come gli impegni a lungo termine forieri di obblighi che limitano la libertà. “L’amore liquido è – per Bauman (“Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Laterza, 2004) - un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame… uomini e donne… si sentono degli oggetti a perdere, che anelano… una mano su cui poter contare nel momento del bisogno… sono al contempo timorosi di restare impigliati in relazioni “stabili”… poiché paventano che tale relazione possa comportare oneri e tensioni che non vogliono né pensano di poter sopportare… L’amore è un mutuo ipotecario su un futuro incerto e imperscrutabile”.
Un protagonista non protagonista è la “Voce”! Fuori, dentro, prima, dopo, vera, falsa… è il coro della commedia tragedia greca, c’è o forse no, “sa e non sa o sa di più sa molto di più” (p. 10)… riflette, risponde, nasce, spira…
Lo scontro incontro vita morte battezza il palcoscenico: “restare nella vita” (p. 58)… una vita che apparteneva completamente ad altri (p. 64)… “il bisogno che aveva degli altri” (p. 65). Forse “proprio perché ha veramente vissuto… questo è morire” (p. 10). L’uomo “era morto” (p. 72)… senza “sapere se può tornare un’altra volta nella stessa vita” (p. 73)… “sta tutto dopo il capolinea” (p. 73). Monica propone un percorso condiviso, ove l’altro è necessario, anzi proprietario della vita altrui, ove poter tornare dopo la morte… o forse no, non è dato saperlo… “sta tutto dopo il capolinea”… ma l’uomo muore lasciando il ragazzo e “gli occhi chiari pietosamente smarriti”... muore cosciente di aver “veramente vissuto”… “Forse non ho vissuto in me stesso; forse ho vissuto le vite degli altri… la mia vita è fatta di tutte le vite: le vite del poeta… da quelle terre, da quel fango, da quel silenzio, io sono uscito ad andare a cantare per il mondo” (Pablo Neruda, “Confesso che ho vissuto”, 1973, traduzione italiana SugarCo, 1974, e da ultimo Einaudi, 2016).
L’epilogo è l’imprevedibilità, centripeta e centrifuga: “sai solo che ti stai muovendo su un binario… non hai un tempo determinabile, puoi andare avanti o indietro… far cambiare direzione al convoglio, smontare, rimontare, spostarti in tutti questi istanti rinchiusi e rimescolare” (p. 73).
Ma forse in fondo si tratta solo di una egoistica burla encefalica: il “mondo degli intellettuali… territorio dello scambio cerebrale… mercato cerebrale… un grande atto dimostrativo del proprio ego” (p. 35).


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