Elisa Springer sopravvissuta ad Auschwitzposted: 12/2/2022 at 17:02:44
Il 12 febbraio 2022 compirebbe 104 anni.
La conosco il 20 settembre 2003, quando entrambi riceviamo il Premio Nazionale “Città di Matera” per l’Impegno Civile e Sociale, assieme al giornalista Giovanni Anversa e al presidente della Comunità Sant’Egidio. È una aristocratica signora di 85 anni, taciturna, timida, riservata, amore martoriato ma ancora errante. La prossima fermata di un sentimento tanto potente, da essere ucciso e poi rinascere, è in un’aula ampia come i capannoni dello sterminio, prima silenziosa come i metalli spinati senza fuga, quindi gioiosamente urlante e danzante sulle punte di studentesse e studenti di una scuola basilisca. In un istante Elisa è una di loro. Agita le braccia nella ola. È raggiante nel dolore, nella speranza, nei progetti bambini di una bambina clandestina e segregata che sogna ancora di volare. Ha ancora un anno per la meta e non vuole sprecarlo.
La nobiltà viennese d’inizio mattinata è evaporata, le parole si rincorrono, la disinvoltura sgorga, la trasparenza abbonda… in una eleganza pudica e frugale.
Il dialogo è storico, sociale, culturale, confidenziale, le emozioni prorompono essenziali ognuna nella sua fase, gli ideali fluiscono a costruire presente e futuro.
In questa atmosfera duttile, multi…, poli…, flessibile ma unitaria, armonica, simmetrica, Giovanni… - l’autore e conduttore televisivo che inonda la Rai di vicende semplici e straordinarie, di persone normalmente diverse, di anziani ragazzi d’energia, di ragazze anziane d’angoscia - Giovanni… chiede ad Elisa: “È vero che hai conosciuto Anna Frank?”.
“L’ho incontrata nel ’45 a Bergen-Belsen. Era una fanciullina di 16 anni. Io a 27 le avrei potuto fare da mamma… e forse l’avrei voluto. Non era facile, ma ci incrociavamo. Adolescenza irriconoscibile in una traccia ossea spolpata. Bellezza senz’ali. Sogni soffocati. Emozioni interrotte in germanico, narcotizzate per svegliarsi in tutte le altre lingue”.
“Avete scambiato idee su stile, forma, contenuto?” si inserisce “Sant’Egidio”, simpatico solidale con il bene nelle mani.
“Anna annotava, componeva già da un po’. Io non l’avrei mai fatto. Sono stata scarcerata il 5 maggio del ’45, ma sono rimasta sepolta lì per cinquant’anni. Il mio primo libro è del 1997. Anche se il mio vissuto è intenso, il matrimonio con Guglielmo, mio figlio Silvio, Manduria, la mia città d’adozione”.
“Perché, Elisa?”.
“Chiamami Lizzi! L’orrore di Auschwitz non può essere narrato a creature umane: è inspiegabile, inconcepibile. Avevo paura di non essere compresa o peggio di non essere creduta. Solo scrivendo, vocabolo dopo vocabolo, azione dopo azione, realtà dopo realtà, tormento dopo tormento, ho percepito, in una liberazione progressiva, che anche un peso incontenibile, travolgente, intrasportabile, irremovibile si sgretola, fino a ridursi a cosciente testimonianza di resurrezione dalla prigionia del passato”.
“Auschwitz è torbido abisso, sterminio di un popolo dove neanche i resti possono essere sepolti a terra, solo fumo attraverso i camini… fino a oscurare il cielo”. È Anna! Allora? Oppure ora!
“È vero, Anna, il mio corpo è sottoposto a ogni genere di stenti e di umiliazioni, ore e ore sotto la pioggia nuda al freddo, o sotto il sole cocente, senza aver mangiato o bevuto, sottoposta allo stress della selezione per le camere a gas… E la cruenta pugnalata della sera, all’arrivo dei nuovi convogli: “Quanti pezzi sono arrivati oggi? Eravamo pezzi, per essere sfruttati fino alla morte ed essere gettati alla fine nelle camere a gas. Questo dicevano i tedeschi quando arrivavano i treni, parlando tra loro”.
“E ora cambiamo discorso. Sai che il mio maggior desiderio è quello di diventare giornalista e poi scrittrice… i soggetti non mi mancano”.
“Hai già dei titoli?”.
“Il Diario di Anna FranK! In realtà è quasi completo”.
“Lo hai con te?”.
“No, Lizzi, lo custodisce mio padre! E tu hai immaginato un titolo?”.
“Ma no, Anna, non c’è neanche una riga!”.
“Dài, Lizzi! Per favore!”.
“Se proprio insisti, riflettendo: Il silenzio dei vivi!”.
“Sei grande, Lizzi…”
“E offrirò alle stampe anche un secondo libro, L'eco del silenzio. La Shoah raccontata ai giovani! Sì, un testo specifico per le ragazze e i ragazzi. Perché sappiano, per sperare che quell'indicibile mostruosità non si ripeta. E allora, se il mio impulso nel cuore di chi intende la pietà fa crescere l’amore, anch'io potrò ammettere che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, consolazione verso chi è solo, per realizzare un mondo senza odio. L’odio è come un grande fiume che quando straripa trascina con sé tutto quello che fende.
“La nonna morì nel gennaio 1942: nessuno sa quanto io pensi a lei e quanto ancora le voglia bene. Questa sera, guardando le candele accese, mi sento di nuovo tranquilla e felice. Nella candela io vedo la nonna. Ed è la nonna che mi difende e mi protegge e mi fa ritornare contenta.
“Anche io mi rintano nella nonna”.
“Papà, mamma e Margot non riuscivano ad abituarsi alla campana di Westertor, che rintoccava ogni quarto d'ora. lo invece la trovavo molto gradevole, e soprattutto di notte quel suono era per me un amico fedele.
Ho ideali, idee e piani miei propri, ma non so ancora esprimerli”.
“L’avessimo qui la tua campana!”.
“Spero sempre di scoprire che anche lui vive aspettando me e vado in estasi quando scorgo i suoi piccoli e timidi approcci”.
“Talvolta sono sopraffatta da una tristezza mortale. Vorrei andare in bicicletta, ballare, fischiettare.
C'è un bel sole, il cielo è sereno, spira un vento delizioso, e io ho desiderio... di tutto. Desiderio di chiacchiere, di libertà, di amici, di esser sola. Desiderio... di piangere!”.
michi del gaudio


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